DI NUOVO IN TOUR
Dopo qualche mese di stanzialità, nei prossimi giorni riprendo a girare per una serie di incontri, assai diversi fra loro.
Venerdì 16 maggio sarò a Pistoia, dove nell’ambito dell’iniziativa sulla salute mentale organizzata in occasione del trentennale della legge Basaglia, presso la Biblioteca San Giorgio, alle 16.30 farò un incontro sul romanzo “Fermati tanto così”.
Sabato 17 maggio sarò a Chiasso per partecipare al 3° Festival di letteratura cittadino, quest’anno intitolato “I fiori del male”. Alle 17.30 presso il MurrayField Pub in via Favre 5 affronterò il tema del male in letteratura, insieme allo scrittore e giornalista Teo Lorini.
Venerdì 23 maggio sarò a Ferrara per la rassegna “Il soggetto e la diversità: alla ricerca dell’altro”. Alle ore 17 presso il porticato Marfisa D’Este in Corso Giovecca, 170 terrò un incontro sul tema “Raccontare la diversità”.
Infine, Sabato 24 maggio, a Seregno (Mi), presso la Biblioteca civica Pozzoli, in Piazza Grandini 9, alle ore 16 riproporrò l’ormai classico reading interattivo di “Mi ricordo”.
Nei prossimi fine settimana, sapete dunque dove trovarmi. Vi aspetto.

GENERATIONS OF EDITING
L’altra sera, rientrando a casa, ho trovato un pacchetto contente la nuova ristampa di “Generations” (le famose cinque copie omaggio che spettano all’autore a ogni pubblicazione di una sua opera). Dopo secoli che non riprendevo in mano il romanzo, ho cominciato a sfogliarlo e rileggerlo qua e là. Mi è tornato in mente il lavoro di editing che era stato fatto sul libro. Avevo avuto la fortuna di lavorare con Piero Gelli, grande e raffinato intellettuale, nonché persona assai divertente in privato. E’ grazie alle discussioni con lui che è nata l’appendice (la “Colonna sonora abbastanza originale” che ora, anche a distanza di anni, mi sembra un tassello fondamentale del libro). Sul romanzo vero e proprio invece sono stati operati pochissimi interventi, assai efficaci. Il primo capitolo, per esempio, conteneva una frase ripetuta a ogni apertura di paragrafo, che su consiglio di Gelli ho eliminato: la lettura ne ha guadagnato molto. C’è solo un cambiamento che rimpiango leggermente. Il finale del terzo capitolo (“Compagni di merende”) nel dattiloscritto originale era un altro. Si trattava in realtà di una incongruenza. Nella riga conclusiva infatti uscivo dalla narrazione e mi concedevo un intervento meta-letterario. Ovviamente non aveva senso: scrivere un intero libro in maniera lineare e giocare con la sperimentazione letteraria in una sola riga va contro ogni logica. Una libertà ingiustificabile un’ingenuità da esordiente, appunto. Tuttavia, nella sua insensatezza, era divertente.
Così, alla stregua dei materiali extra e delle scene eliminate dei dvd, ecco come bonus esclusivo di questo blog, il finale originale (Director’s cut) del terzo capitolo di “Generations of love”:
< …A quel punto, improvvisamente, viene fuori tutta la Marylin Monroe che c’è in me. Mi volto, lo guardo, e al posto della sua faccia vedo un enorme diamante che brilla. “La tua cosa, tesoro?” mi accerto, incredulo. E lui ripete: “Imbarcazione”. E poi specifica: “Sai com’è, per uno nato vicino al mare è impossibile non avere uno yacht, non sei d’accordo?”. “Ma certamente!” rispondo, e fra me penso: Che stronzata, è peggio dell’Olghina di Robilant, questo”. Però, sempre sorridendo, aggiungo. “Tutto sommato, è già troppo tardi per andare a dormire. Perché non mi fai vedere questa barca?”. E così è stato>.
< Allora, cos’è successo?>
< Prima chiudi il capitolo, per favore>
E io l’accontento.
GENERATIONS SIX
Dopo essere stato esaurito per mesi, questa settimana torna in libreria “Generations of love”. Questa nuova edizione tascabile (costa 6.90 euro) è la sesta ristampa del romanzo. Un risultato impensabile per me, del quale non posso che ringraziare tutti coloro che continuano a richiederlo, rileggerlo, regalarlo, diffonderlo da oltre nove anni. Se andate avanti così, finirà per diventare un classico da studiare a scuola. Scuola di cucito, s’intende.

IL REGALO PIU’ BELLO DEL MONDO
Qualche giorno fa ho compiuto gli anni (tanti auguri! Grazie). L’altra sera mi suona alla porta un amico per consegnarmi il suo regalo di compleanno. E’ una scatolina bianca che contiene cento cartonicini illustrati. Comincio a sfogliarli: sono tutte immagini legate alle mie più grandi passioni (foto di Morrissey e degli Smiths, di John Waters, di Andy Warhol, dei Pet Shop Boys, di Goldfrapp) o aspetti della mia vita (immaginette religiose, baci gay, dipinti di pop-art, Wanna Marchi). Poi giro i cartoncini dall’altro lato e scopro la loro vera natura: sono biglietti di visita. Quasi piango dalla commozione. Non solo sono bellissimi biglietti da visita (la stampa e i colori sono eccezionali, il formato è anomalo e distintivo, circa la metà delle dimensioni dei cartonaci standard, sviluppato in orizzontale), non solo sarà fantastico poter distribuire in giro illustrazioni differenti a seconda di chi le riceverà, ma soprattutto l’idea che qualcuno abbia speso un pomeriggio intero a selezionare immagini che mi rappresentassero mi è parsa una testimonianza d’affetto straordinaria. Un gesto straripante, che mi sento in dovere di trasmettere.
Se anche voi volete fare a un amico o alla fidanzata il regalo più bello del mondo, seguite il suo esempio. Si fa tutto on line, al sito moo.com. Potete scegliere se creare biglietti da visita o cartoline o adesivi o biglietti illustrati. Potete prendere immagini dal web (siti, blog, flickr…) o le vostre foto digitali. Potete decidere se utilizzare illustrazioni differenti o la stessa immagine ripetuta. E naturalmente scriverci ciò che volete. Il pensiero è impagabile, ma il costo effettivo dell’operazione non supera le 20 sterline. In pratica, un miracolo.

LA CANZONE DEL MESE
Dis-moi ce que tu penses
de ma vie, de mon adolescence.
Dis-moi ce que tu penses.
Moi j’aime aussi l’amour et la violence.
(Sebastien Tellier « L’amour et la violence »,
dall’ultimo album SEXUALITY, prodotto dai Daft Punk)

EGOTRIP IN MOVIMENTO
Anni fa, in un saggio del neurologo Oliver Sacks ho scoperto l’illuminante concetto della “propriocezione”. Il termine, coniato dallo stesso Sacks, allude alla percezione che l’individuo ha di se stesso in relazione ai propri movimenti. Per intenderci, se io sposto il mio avambraccio destro dietro la schiena ho la piena consapevolezza di dove sia, anche se non lo vedo. Il neurologo ne parlava a proposito della patologia di una paziente, non più in grado di eseguire spontaneamente alcun movimento se non osservandolo. Tale disfunzione comporta gravi conseguenze nelle relazioni sociali, poiché il proprio corpo non è più in sintonia spontanea con quello altrui.
Ecco, a questo concetto ripenso continuamente quando sono in giro. La gente ha una scarsissima percezione di sé in relazione agli altri. Ne incontro esempi a bizzeffe (la questione mi ossessiona, ne ho anche accennato in “Esperimenti di felicità provvisoria”).
Sull’autobus la gente che si piazza con le valigie davanti alle porte, che occupa il posto più interno costringendo gli altri a superarli con acrobazie, che si piazza davanti all’obliteratrice e si secca se qualcuno li fa spostare per timbrare il biglietto.
All’ingresso degli uffici pubblici, quelli che si bloccano appena varcata la soglia, indecisi su quale direzione prendere e beatamente inconsapevoli delle persone alle loro spalle a cui impediscono il passaggio.
Sui tapis rulant degli aeroporti, quelli che si fermano, con tanto di bagaglio accanto, scambiando la pedana per una scala mobile, senza capire che è fatta per camminarci sopra.
Alla biblioteca Sormani c’è un ascensore che da terra porta in sala lettura. Esegue solo questo spostamento: piano terra, secondo piano, ed è usato di continuo. Il primo passeggero che entra, regolarmente, si ferma a premere il pulsante, bloccando la gente alle sue spalle che sta per entrare e che deve andare esattamente nello stesso posto. Sembra che nessuno sia sfiorato dall’ipotesi che tocchi all’ultimo premere il benedetto pulsante. E ancora: all’apertura delle porte c’è sempre qualcuno pronto a precipitarsi dentro, assurdamente meravigliato di trovare l’ascensore occupato da passeggeri in uscita.
Un esercito di egomaniaci, convinti che i propri movimenti abbiano la priorità e che siano privi di conseguenze immaginabili per il resto dell’umanità.

COMUNITA’ DI VEDUTE
Ricevo una telefonata, voce di donna (forse è una regista, ma non so perché non si qualifica): “Pronto? Lei è Matteo B. Bianchi? Buongiorno, sto realizzando un documentario per un canale satellitare sulla figura del coreografo X, che ha realizzato uno spettacolo ispirandosi all’opera del famoso fotografo Y. Ci avrebbe fatto piacere avere l’opinione di uno scrittore e avevamo pensato a lei”.
La richiesta mi lascia perplesso e lo dichiaro: “Mi scusi, ma non conosco X e per quanto riguarda Y non condivido affatto né la sua estetica, né il suo lavoro. Oltretutto non mi sono mai occupato di danza o di fotografia. Come mai avete pensato di intervistare proprio me?”.
La donna abbozza: “Veramente il suo nome mi è stato consigliato da Tizio e da Tale… Credevo che lei potesse commentare per esempio i nudi di Y…”
Il messaggio implicito dunque è un altro: sia X, che Y, che io siamo omosessuali. Basta questo a renderci compatibili, a suggerire una comunanza di idee. Che le nostre competenze siano differenti è secondario no?
E’ inutile: il tempo passa, ma sempre là stiamo.

L’ORSO E’ L’ANIMALE CHE PREFERISCO
L’avevo detto che questo è un periodo assai felice per la musica italiana e, dopo le conferme di Baustelle e Offlaga Disco Pax, la divertente scoperta de Il genio, arriva anche il momento di un album al quale sono molto legato, perché ho praticamente assistito in diretta alla sua nascita ed evoluzione. Si intitola “Minima storia curativa” ed è il nuovo album degli Egokid.
Qualcuno di voi ricorderà che gli Egokid erano citati in un capitolo di “Esperimenti di felicità provvisoria” ed erano apparsi anche in un video (super low-fi e totalmente autoprodotto) su questo blog mentre interpretavano il loro brano “Sean Connery” in versione acustica.
Da allora sono cambiate molte cose. E’ cambiata in parte la formazione del gruppo, è cambiato lo stile musicale e soprattutto i testi in inglese hanno lasciato il posto a quelli in italiano.
Ovviamente non sono obiettivo sul disco, trattandosi di miei amici, per cui prendete pure quello che sto per dire con relativo occhio critico. Eppure a me sembra che questo nuovo album non solo sia bello, ma anche importante.
Non capita spesso in Italia di avere artisti che scrivano testi di canzoni esplicitamente omosessuali con tanta chiarezza e ironia. Basti citare il brano intitolato “L’orso”, che si prende gioco dei bear: “L’orso è l’animale che preferisco, perché è morbido, fatto in velluto e non corre mai… L’orso si chiude in mandrie ben recitante… L’orso è l’animale più in voga dell’anno, fa lavori esotici e strani o fa il manovale. L’orso è una bestia da calendario, a volte ha femmina e cuccioli e anche un cognome”.
In un altro testo, “Anaffettivo”, analizzano con spietata lucidità la condizione di fragilità emotiva che impedisce a molti di costruire storie durature e significative: “Cosa sarà di me, della mia abilità nel raccontarmi storie improbabili? …La verità è che non credo di essere così appetibile per un uomo migliore… A volte sono anaffettivo, è forse un caso disperato, abituato ad avere tutto subito”.
Oppure si affidano al sarcasmo, come in “Meta-me”: “E non riesco a vedere al di là del mio seme, al di là del mio pene e neanche nell’aldilà… E sì che credo alle favole, sarà perché ora studio metafisica”.
O alle note laconiche in “Milioni”: “Ho capito, sei andato via perché ti son sembrato uno che con te c’è stato per il gusto del peccato”.
E infine “Arbasino” che, a cominciare dal titolo, è un colto omaggio (pieno di citazioni) a uno scrittore di culto.
Musicalmente si può definire indie-rock, il che vuol dire tutto e niente. Alcuni brani, come “La nostra via” o “Il cattivo” hanno un piglio power-pop che conquista subito. “Anaffettivo” è un singolo perfetto, di quelli che nel famoso mondo ideale dovrebbe finire subito in classifica. Difficile resistere alle melodie de “L’orso”, che è cantata in coppia con Francesco Bianconi dei Baustelle (vedi che tutto torna?). E ascoltando la ballata “Milioni” uno non fatica a immaginarsi quanto sarebbe adatta per una languida cover di Mina.
L’album esce settimana prossima pubblicato dall’etichetta indipendente milanese L’aiuola (già casa di artisti come i Non voglio che Clara e Babalot, vecchie conoscenze di chi ascolta “Dispenser”). Da giorni alcuni brani sono ascoltabili sulla loro pagina MySpace.
Sabato sera, alle 19, il disco verrà presentato al pubblico al Mono di via Lecco 6 a Milano.
E indovinate un po’ chi lo presenta?
Bravi, risposta esatta!

FERMATI COSI'-COSI’
Quante volte capita di leggere un articolo di giornale che possiamo definire “rivoluzionario”, in grado di mutare il nostro modo di pensare o di accostarci a un argomento? Direi quasi mai.
A me è successo un paio di settimane fa quando, tornando da un weekend a Barcellona, in un’edicola dell’aeroporto ho comprato l’ultimo numero della rivista americana Wired. Pur trattandosi di una rivista di tecnologia, uno strillo in copertina annunciava: “La verità sull’autismo: tutto ciò che sapete è falso”. Come sa bene chi ha letto “Fermati tanto così”, l’autismo è un tema che mi affascina enormemente. E la lettura di questo articolo è stata uno shock. Una volta tanto, il sensazionalismo del titolo non era gratuito: forse davvero tutto ciò che conosciamo sull’autismo è falso. Il giornalista David Wolman parte da un’intervista alla video-blogger autistica ventisettenne Amanda Baggs per scardinare una valanga di preconcetti che da sempre avvolgono il concetto di autismo (e sì, avete letto bene, è una blogger autistica: anch’io, prima di questo articolo, pensavo fosse inconcepibile). Con i suoi video su YouTube Amanda cerca di spiegare a cosa corrispondano i gesti convulsi e ripetitivi che gli autistici compiono: e sono tutt’altro che insensati. Si tratta di un diverso tipo di comunicazione e di relazione col mondo esterno. Un tipo ritenuto deficitario, ma mai analizzato in quanto forma di comunicazione autonoma. Se non siamo in grado di decodificare un linguaggio è colpa di chi lo parla? Nel suo video “In my language” Amanda spiega soprattutto come quella degli autistici non sia una forma simbolica di comunicazione (in cui a ogni oggetto corrisponde una parola), quanto piuttosto un tipo di comunicazione diretta ed emotiva con gli elementi circostanti. Un autistico dunque sente di doversi rapportare continuamente, in maniera fisica, con ciò che lo circonda: il che, in pratica, è in completo contrasto con il preconcetto secondo il quale egli sia isolato dal mondo esterno. Concorda con la Baggs anche la scienziata autistica (sì, anche qua avete letto bene) Michelle Dawson, che spiega come applicare test standard di intelligenza a un autistico sia insensato quanto sottoporre un cieco a prove visive: risulterà un deficiente, ma forse il vero deficiente è chi gli ha proposto il test. Gente come Amanda e Michelle, grazie a Internet, e ispirandosi ai vari movimenti gay per il riconoscimento dei diritti, stanno cercando di creare reti sociali in grado di combattere i pregiudizi e modificare l’atteggiamento della scienza e della psicologia nei confronti della loro condizione.
Un articolo sconvolgente, senza iperboli. Mi auguro che qualche rivista italiana lo acquisti e lo traduca. Intanto lo trovate integralmente qui.